Sol Invictus: il Sole che vince le tenebre

Cosa festeggiamo a Natale?

Per chi è di cultura o fede cristiana, il 25 dicembre si festeggia la nascita di Gesù.
Per chi fa dell’ateismo la sua caratteristica distintiva, negando deliberatamente e ripetutamente ogni riferimento religioso cristiano salvo poi inspiegabilmente legarsi a precedenti culti pagani, il 25 dicembre è la festa del Sol Invictus.
Per i fisici che si credono spiritosi riproponendo ogni anno la stessa battuta, il 25 dicembre è il Natale di Newton: Sir Isaac Newton, matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo, storico e alchimista inglese, direttore della Zecca inglese e presidente della Royal Society, è nato il 25 dicembre 1642. Sì, ok, Newton era figo. Quasi quasi vado a bere un bicchiere di spumante alla sua!

Ma, quindi, cos’è che festeggiamo a Natale?

Secondo me festeggiamo la rivalsa della Natura sul buio e sul freddo dopo il solstizio d’inverno.
E in questo articolo ti spiego perché.

Sol invictus

Deus Sol Invictus, dio Sole invitto (non vinto, invincibile) è un appellativo dato a diverse divinità nel tardo impero romano: Apollo, Elios, Mitra, El-Gabal.

Il dettaglio interessante in questo è proprio che diverse divinità, il cui culto aveva origini da diverse culture, avevano lo stesso appellativo. Per giunta specifico: non si tratta, ad esempio, di generici aggettivi come “forte”, “giusto”, “misericordioso”, “bello” ecc… assegnabili quasi arbitrariamente. Queste diverse divinità erano proprio viste come il “sole invincibile”.

Ciò che è successo in questo periodo storico è proprio ciò che si aspetta da un gran numero di culture differenti che entrano in contatto e si contaminano a vicenda: ci si scambia le ricette, ci si scambia le monete, una birra insieme, due spaghetti, ed ecco che il mio dio diventa il tuo e il tuo credo diventa il mio.

Così abbiamo che diverse divinità solari diventano in questo periodo tutte divinità del sole che sconfigge le tenebre. Difficile dire chi abbia contaminato chi.

E aggiungo un ultimo, intrigantissimo, dettaglio: tra il primo e il secondo secolo d.C., molti pensavano che i cristiani venerassero il Sole, o comunque una divinità solare.
Tieni a mente questo dettaglio, tra un po’ vedrai perché è importante.

L’ufficializzazione del culto del Sol Invictus

Il culto del Sole invitto aveva origine orientale, era molto sentito in Egitto e Siria e festeggiato con solenni celebrazioni.

Il primo imperatore che provò a ufficializzarne il culto a Roma fu Eliogabalo, nel 218, appena divenuto imperatore.
Eliogabalo era originario della città di Emesa, in Siria, ed era egli stesso sacerdote del culto di El-Gabal, il dio Sole invitto siriano. Il giovane Eliogabalo fu ucciso 4 anni dopo, e il culto non attecchì nell’impero come egli aveva sperato. Ciò non significa che sparì del tutto.

Ci riprovò. com maggior successo, l’imperatore Aureliano, di fatto trasferendo il culto del dio di Emesa a Roma nel 274.
A questo potresti chiederti come mai Aureliano ebbe tanta determinazione nell’istituire un “nuovo” culto a Roma.
Forse era vera la storia della sua visione? Aureliano raccontò di aver ricevuto una visione in cui il dio di Emesa lo rincuorava per le sorti della battaglia definitiva contro la regina Zenobia del Regno di Palmira. Una battaglia che tra l’altro vinse proprio grazie all’aiuto inviato dalla città di Emesa.
Oppure fu l’influenza della madre di Aureliano, fervente sostenitrice del culto del Sole invitto?
O, ancora, Aureliano fu abbastanza scaltro da notare che in quel periodo due culti stavano prendendo piede, più o meno in sordina: il culto di Mitra, abbracciato soprattutto dai soldati – ma non solo – e il culto cristiano.
Il sole era un elemento che accomunava questi due culti (erroneamente nel caso dei cristiani, come dicevo sopra, ricordi il dettaglio intrigantissimo?). Ma non solo.

La verità è che il culto specifico del Sole accomuna praticamente quasi tutte le forme religiose teiste che conosciamo e il mito del Sole che sconfigge le tenebre è quasi altrettanto diffuso. Non fosse altro per il fatto che il sole porta luce, assimilabile a fonte di vita, sapienza, saggezza, bontà, Verità (ricorda nulla?); in contrapposizione al buio, assimilabile alla morte, all’ignoranza, alla grettezza dell’animo umano.
Come sempre, per capire come mai il mito del sole che vince le tenebre sia così profondamente radicato nelle culture umane, occorre guardare l’uomo come minuscolo tassello inserito nel suo contesto naturale, da cui dipende.

L’inevitabile importanza del solstizio

Fin da secoli e secoli avanti Cristo, l’uomo osservava il cielo ed era in grado di prevedere i movimenti degli astri. Dapprima connotati con una certa dose di magia e misticismo, i movimenti celesti, così ripetitivi e prevedibili, permettevano di dedurre fenomeni che si sarebbero verificati sulla Terra e fornivano anche un comodo (non necessariamente semplice) metodo di scandire e misurare il tempo.

Da qui la capacità degli Egizi di prevedere le piene del Nilo, oppure la costruzione di così tanti calendari, diversi a seconda delle epoche e delle culture, ma spesso basati sui cicli di sole e luna.

Solstizi e analemma

Lo stesso vale per il solstizio d’inverno. Solstizio, dal latino solstĭtĭum, composto da sōl, «Sole», e sistĕre, «fermarsi», letteralmente richiama il fatto che sembra che il sole “stia fermo” nella sua posizione per qualche giorno.
Si parla di posizione apparente nel cielo. Se tu scattassi una foto alla stessa scena, il sole in cielo, senza mai spostare la fotocamera, ogni giorno per un anno, sommando le immagini otterresti una figura a forma di 8 allungato, che in astronomia si chiama analemma.

Una foto al giorno, a mezzogiorno, senza spostare la fotocamera: la soma delle esposizioni dà l’analemma.
Foto: Giuseppe Donatiello, CC0, via Wikimedia Commons.

I due punti in cui il sole inverte il suo moto apparente nel cielo, i due estremi dell’8, sono i due giorni di solstizio. Uno cade il 20 o 21 giugno, ed è quello che dà formalmente inizio all’estate astronomica. L’altro cade il 21 o 22 dicembre, ed è quello che dà inizio all’inverno astronomico.

Il solstizio d’inverno, nell’emisfero nord, in cui ci troviamo, è quando il sole ha un’altezza massima in cielo – nel mezzogiorno locale – che è la più bassa rispetto a tutti gli atri giorni dell’anno. Quindi nella figura dell’analemma è il punto più in basso di tutti i punti occupati dal sole. Se il sole è così basso a mezzogiorno sopra l’orizzonte, vuol dire che in quella giornata c’è il minimo di ore di luce rispetto a tutte le altre. E il massimo di ore di buio, posto che una giornata dura sempre le canoniche 24 ore.

Non solo. Guardando bene l’analemma, si capisce che nell’invertire il proprio senso (apparente) di marcia in cielo, il sole fa dei movimenti stretti dando l’impressione che stazioni lì per qualche giorno. Da qui appunto “solstizio”.

Per gli antichissimi astronomi, o sciamani, se preferisci, consultati per conoscere i tempi della semina e del raccolto, e consultati per scongiurare la morte definitiva della Natura e assicurarsi – o propiziarsi – la rinascita primaverile, il solstizio d’inverno era un momento fondamentale. Il fenomeno era essenziale per tutta l’economia annuale della propria tribù, città, stato.
Ancora di più: era una questione di vita o di morte.

Che il sole tornasse, dopo mesi in cui la sua altezza massima diminuiva sull’orizzonte, a ergersi ogni giorno più forte e duraturo nel cielo, era per tutte le culture il momento in cui la luce trionfava sulle tenebre, il caldo sul freddo, la vita sulla morte.

Un momento di importanza letteralmente vitale nel ciclo annuale non è qualcosa che qualche secolo (o millennio!) di evoluzione culturale può eliminare.
Da qui l’inevitabile importanza del solstizio (soprattutto invernale).

E ora… intrecciamo tutto

Un vastissimo impero inesorabilmente destinato al declino, la confluenza di mille diverse culture che si parlano e si contaminano, l’innata necessità di vedere il Sole che torna a trionfare sulle tenebre, il tentativo di un(o o più) imperatori di riunificare il proprio dominio imperiale attraverso un simbolo forte e condiviso: ecco la nascita (rinascita imperiale) e l’attecchire del culto del Sol invictus.

Sol invictus nasce dall’El-Gabal siriano, si porta dietro l’antichissimo mito di Mitra, incorpora facilmente il dio del sole Apollo e il dio autoctono Sol Indiges latino, e praticamente per errore (un po’ per la falsa credenza dei cristiani adoranti il Sole, un po’ perché Sol invictus andava nella direzione di una religione monoteista) strizzava l’occhio al cristianesimo delle origini.

Statua di marmo della tauroctonia (uccisione rituale del toro) di Mitra.
Foto: The Trustees of the British Museum, CC BY-NC-SA 4.0

Come se non bastasse, il mito del Sol invictus in Egitto e Siria aveva una festa di rinascita del sole il 24-25 dicembre. Mitra era festeggiato con simile sentimento il 25 dicembre. Nel frattempo i cristiani stavano cercando di capire se festeggiare il “compleanno” di Gesù e di calcolare quando questo compleanno fosse. C’erano già alcuni che avevano ricostruito come data possibile per la nascita di Gesù il 25 dicembre. Infine, i romani erano abituati sin da tempi antichissimi al culto agricolo del dio Saturno, festeggiato nei saturnali, giornate a lui dedicate che Domiziano aveva fissato in epoca imperiale dal 17 al 23 dicembre. Quindi l’impero aveva già, nel mese di dicembre a ridosso del solstizio d’inverno, festeggiamenti legati al ciclo agricolo.

Quando Aureliano trasferì il culto del Sol invictus a Roma, decise che il 25 dicembre doveva essere il Dies Natalis Solis Invicti, “Giorno di nascita del Sole Invitto”, sigillando così un mix di culti e culture che hanno continuato a contaminarsi e fondersi in un meraviglioso coagulo vecchio di millenni.

Le polemiche

Mentre cercavo fonti attendibili per corroborare questo articolo, mi sono imbattuta in ferventi sostenitori del “il Natale è una festa pagana!” e ovviamente nell’opposta fazione del “sono i pagani che hanno rubato il 25 dicembre ai cristiani, tentando di sovrascriverlo con il Sol invictus!”.

Ho due cose da dire a riguardo. Tre.
Una è che, guardate da una prospettiva atea serena (cioè quando non senti il bisogno di rimarcare il fatto che sei ateo), le polemiche sull’origine del Natale sono tanto buffe e fanno sorridere.
La seconda è che, considerata la storia che ti ho delineato per sommi capi in questo articolo, non mi pare plausibile che una cultura (o un culto) abbia rubato la data dell’altro: semplicemente l’origine è comune, (la venerazione del momento di passaggio più delicato per l’agricoltura, il solstizio invernale), e i periodi in cui l’Impero romano ha istituzionalizzato il Sol invictus e i cristiani hanno cominciato a festeggiare il Natale, semplicemente coincidevano.

La terza è la migliore.

Se finora ti ho scandalizzato trattando la cultura cristiana come una tra le tante mitologie sviluppate nel corso dei secoli da varie culture umane, aspetta di sentire le caratteristiche del paganissimo e antichissimo dio Mitra.

Mitra era stato mandato dal padre sulla terra a lottare contro il male. Secondo una vecchia tradizione, Mitra nacque da madre vergine. Fu circondato da 12 discepoli, con i quali fece un’ultima cena prima di morire. Dopo la morte, risorse.

Suona familiare?

Ultime chicche per farmi perdonare. O per peggiorare la situazione

È veramente un peccato dimenticare l’origine di tutti le abitudini legate ad una festività, in seguito al fatto che da due millenni siamo abituati a pensare al Natale solo come festa cristiana. Il Natale, a sapere dove guardare, è molto di più.

L’usanza di scambiarsi doni, le strenne, nel periodo di Natale risale ai Saturnali, i festeggiamenti dedicati a Saturno di antica origine romana. Il termine deriverebbe dal latino strēna, vocabolo di probabile origine sabina, con il significato di “regalo di buon augurio”.

L’uso di vischio, agrifoglio e persino dell’abete natalizio avrebbe origini tra le culture germaniche e celtiche pagane.

L’immagine che ti viene in mente se dico “Babbo Natale” te l’ha data il marketing della Coca Cola negli anni ’30 del secolo scorso, rappresentandolo come un omone paffuto e bonario, vestito di rosso e bianco.

Cartellone pubblicitario Coca-cola 1931
Il Babbo Natale di Haddon Sundblom, 1931. Immagine presa dall’articolo “La vera storia di Babbo Natale” su Wired, che ti suggerisco.

La mescolanza tra culture diverse è sempre arricchente e ha reso il Natale interessante come è oggi. E ok, forse anche indissolubilmente legato alla Coca-Cola, ma questo solo per chi conosce l’aneddoto.


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