… e invece ce l’ho sempre avuto!
Eccomi. Manco dal blog da parecchi mesi. In questo intervallo ho però avuto modo di sperimentare e riflettere, e sono scaturite nuove consapevolezze.
Ad un certo punto mi sono detta: «Ma dai caspita! Ho trovato il mio ikigai e me ne sono resa conto solo ora!».
E pensando e ripensando era una bella storia, e mi convinceva, e mi sembrava perfetta per tornare a scrivere qui.
Ma poi ho fatto quel che faccio ogni volta che devo raccontare e spiegare qualcosa a qualcuno: mi sono documentata. E ho scoperto che ikigai non significa quel che pensavo.
Una storia di come una buona idea soft per un post di rientro è finita col diventare un esercizio pratico di ciò che ogni buon divulgatore deve fare: studiare!
Leggi cosa ho scoperto. Ah, sì, anche cosa volevo raccontarti!
In questo articolo:
- Ikigai: il significato letterale del termine
- Ikigai: l’interpretazione, sbagliata, che potresti conoscere
- Il vero significato
- La discrepanza tra ikigai vero e ikigai… “commerciale”
- Punti di contatto con Viktor Frankl
- L’ikigai che pensavo di aver trovato…
- … l’ikigai che ho sempre avuto
- Ok, ma perché ti racconto tutto questo?
Ikigai: il significato letterale del termine
Ikigai è un termine giapponese che più o meno potremmo tradurre con “ragione di vita”: per intenderci con una parafrasi, è ciò per cui ti alzi dal letto la mattina, ciò che rende la tua vita degna di essere vissuta.
Ikigai: l’interpretazione, sbagliata, che potresti conoscere
Navigando il meraviglioso mondo di internet potresti aver incontrato uno schema, una sorta di diagramma di Venn, che spiegava l’ikigai.

Il diagramma in questione ha 4 insiemi:
- cose che ami
- cose in cui sei bravo
- cose di cui il mondo ha bisogno
- cose per cui puoi essere pagato
Intersezioni, a coppia, di alcuni di questi insiemi identificano altri sottoinsiemi:
- l’insieme di cose che ami e in cui sei bravo sono la tua passione
- l’insieme di cose che ami e cose di cui il mondo ha bisogno sono la tua missione
- l’insieme di cose in cui sei bravo e per cui puoi essere pagato sono la tua professione
- l’insieme di cose per cui puoi essere pagato e di cui il mondo ha bisogno sono la tua vocazione
Il nucleo, la parte cruciale di questo diagramma, è l’intersezione dei primi 4 insiemi ed è quello che di solito viene definito ikigai.
Bene, questo non è l’originale ikigai. È uno schema proposto in un libro di Héctor García e Francesc Miralles, realizzato da Marc Winn, che a sua volta pare si sia ispirato al diagramma dello “scopo” realizzato da Andrés Zuzunaga, nel 2011. In questa versione l’intersezione centrale è lo scopo della vita, secondo Zuzunaga.
Se hai visto questo tipo di diagramma è anche probabile che fosse su uno di quei siti motivazionali legati alla… boh, crescita personale? o (che incubo!) alla crescita professionale.
Non fraintendermi, ovviamente io vivo per la mia crescita personale e professionale, ma non apprezzo il business che si è via via consolidato negli anni, direi nei decenni ormai, attorno a questa ricerca, che resta invece nobile e seria.
Cosa c’è che non va?
Prova un attimo tu in prima persona a fare “questo gioco”. Cerca una cosa o un ambito in cui sei bravo, che ti piace, per cui c’è gente disposta a pagarti e di cui il mondo ha bisogno.
Pensaci un attimo.
Hai trovato qualcosa?
Già se non ti piace il tuo lavoro sei nei guai: non puoi arrivare nell’intersezione al centro del diagramma. E poiché tutti abbiamo bisogno di mangiare, di vestirci e di pagare le bollette, ma non tutti siamo fortunati con il lavoro che ci permette di rispondere a questi bisogni, allora l’ikigai così raccontato diventa un’aspettativa praticamente irrealizzabile che crea solo ansia invece di aiutarti.
Il vero significato
A quanto ho capito, l’ikigai si potrebbe definire una vera e propria filosofia di vita che ha radici molto antiche. È un concetto diffuso sin dal cosiddetto periodo Heian in Giappone (794 – 1185), periodo al quale si può far risalire la sua etimologia: iki significa “vita”, gai significa “di valore”.
Una teorizzazione un po’ più formale si è avuta grazie a Meiko Kamiya (1914 – 1979), autrice del libro Ikigai ni tsuite (“Sull’ikigai”) del 1966. Kamiya era una psichiatra che, tra gli altri, si è occupata di pazienti affetti dalla lebbra, nel sanatorio dell’isola di Nagashima. Il libro discute dell’ikigai proprio partendo dalla sua esperienza a contatto con questi pazienti.

Possiamo certo immaginare che, messi di fronte ad una situazione emotivamente gravosa, come il dover gestire una malattia fortemente debilitante e (all’epoca) incurabile, possa avere effetti devastanti sulla psiche di ogni individuo. Che senso ha alzarsi ogni mattina, che senso ha fare qualcosa, che senso ha vivere? È proprio da questo tipo di contesto che emergono le riflessioni di Meiko Kamiya e che la portano a elaborare la sua visione dell’ikigai.
Il vero ikigai è un concetto profondo e allo stesso tempo semplice. Non è la grandissima nobilissima unica ragione di vita, quel che ti rende un eroe o un’eroina: è più la somma di tutte quelle piccole gioie quotidiane che riesci a scovare tra le pieghe della tua giornata.
Anche e soprattutto quando ti sembra che di gioie non ce ne siano. È un percorso verso la serenità costruito da tanti piccoli mattoncini.
La discrepanza tra ikigai vero e ikigai… “commerciale”
Il fraintendimento principale che abbiamo diffuso in Occidente con il famoso diagramma di Venn è che, da quello schema, sembra che il proprio ikigai debba essere qualcosa grandioso e monolitico e allo stesso tempo in grado di prendere tutte gli ambiti della vita di una persona. Guardando alle sezioni che si devono intersecare per ottenerlo poi, a me parrebbe di poter dedurre anche che un ikigai così trovato sia costretto a restare anche parecchio costante per tutta la durata della vita.
Un ikigai frainteso, che chiamo “commerciale” perché sfruttatissimo, come accennavo sopra, da guru dell’auto-aiuto e della crescita personale. Abusato in tutti quei siti o corsi propinati per cercare di far piacere il proprio lavoro a chi fa un lavoro che proprio non gli piace.
Sforzarsi a tutti i costo di trovare un ikigai così definito a mio avviso può più facilmente allontanare dalla serenità, dalla gioia che esso invece dovrebbe far notare e apprezzare se preso nella sua accezione originaria.
Pensa quanto ha più senso vederla in questo modo: puoi avere una grandiosa ragione di vita se messo di fronte a situazioni estreme? Non è invece più semplice provare a navigare la complessità e le difficoltà della vita ricercando quelle piccole gioie che te la fanno sembrare degna di essere vissuta?
Punti di contatto con Viktor Frankl
L’ikigai giapponese mi ha ricordato il pensiero di Viktor Emil Frankl (1905 – 1997), neurologo, psichiatra e filosofo austriaco.

Tra il 1942 e il 1945, Frankl fu prigioniero nei campi di concentramento nazisti: da quell’esperienza teorizzò i concetti poi espressi nei suoi libri. In particolare Frankl sviluppò il concetto di logoterapia, un approccio psicoterapeutico che ha come obiettivo primario scoprire il significato (il logos) della vita. Questo logos è fortemente individuale, proprio perché ogni essere umano è un’istanza unica e irripetibile. Non è inoltre l’intersezione di tutte quelle voci che abbiamo visto nel famoso diagramma di Venn, ma è una ricerca che passa da tutte le sfaccettature della vita e si scopre operando nel mondo, a livello intellettuale o manuale.
Non ho ancora approfondito questi temi, ma mi sembra che la logoterapia e l’ikigai abbiano qualcosa in comune, a partire dai gravi contesti che hanno ispirato Frankl e Kamiya nelle loro riflessioni. Pare poi che Kamiya abbia esplicitamente citato Frankl nei suoi scritti.
L’ikigai che pensavo di aver trovato…
Negli ultimi 2-3 anni sono stata sottoposta a una serie di stress. Non entro nel dettaglio di cosa ho fatto e cosa è successo, ma ci sono stati momenti in cui ho lottato per non essere sopraffatta dagli eventi. Ora non immaginare cose spaventevoli eh?! Tutta roba che succede.
In seguito a uno degli ultimi stress, due mesi fa mi sono ritrovata a dover stare ad assoluto riposo. Ero in casa, non potevo fare nulla. La gente che mi conosce a questo punto sta già sudando freddo, immaginando me ferma a riposo forzato.
Ho fatto durare il riposo totale forzato un solo fine settimana, poi sono tornata al lavoro. Ci sono alcune cose che mi erano e mi sono tuttora precluse, ma la maggior parte del mio lavoro è intellettuale, quindi me lo sono potuto concedere.
Da qui è partita la riflessione sull’ikigai, sulla versione occidentalizzata che ti ho mostrato col diagramma. Mi sono resa conto che volevo tornare al lavoro, per diversi motivi ma anche semplicemente perché mi piace quel che faccio.
Questo è un privilegio estremo.
L’intersezione
Come in certe scene da anime in cui fermo-immagini vengono collegate da flash di luce per suggerire che il protagonista ha finalmente messo insieme concetti prima sparsi, ho visto passare davanti agli occhi le quattro categorie del diagramma di Venn.
Faccio delle cose per cui vengo pagata, che mi piace fare. Ultimamente, direi soprattutto negli ultimi due anni, ho acquisito consapevolezza del fatto che potrei anche essere abbastanza brava in quel che faccio per lavoro. Ho avuto la possibilità di erogare più ore di formazione di quanto mi fosse mai accaduto, e la risposta delle persone con cui ho lavorato è stata sempre positiva.
Quindi la gente mi paga per fare cose che so fare e che mi piace fare.
C’è però una considerazione che ho messo a fuoco ormai da diversi anni e che ogni anno diventa sempre più vera nella mia testa: il mondo ha bisogno di quello che faccio.
Lo so che adesso stai pensando che sono affetta da megalomania, ma guardala da questa prospettiva: il mondo non ha bisogno di grandi eroi, ha bisogno di piccoli gesti costanti.
Se la intendi così, qualunque sia il mio lavoro, o anche il tuo, scoprirai che il mondo ne ha bisogno.
Ho trovato il mio ikigai: una cosa che so fare e mi piace fare, per cui la gente mi paga e di cui il mondo ha bisogno.
Il mio ikigai è imparare per insegnare. Sono un’assoluta privilegiata. Sono felice.
Ogni giorno so qualcosa in più rispetto al giorno prima, e ho piacere di raccontare quel che ho imparato ad altre persone.
… l’ikigai che ho sempre avuto
Volevo venire qui a raccontarti appunto questa scoperta che o fatto su di me e la mia vita, ma prima sono andata a controllare cosa significasse veramente ikigai. E allora ho capito che io sono sì estremamente fortunata, ma trovare l’intersezione tra ciò che ti piace, sai fare, ti permette di autosostenerti economicamente e di cui il mondo ha bisogno non è banale. E non è nemmeno quello che il vero ikigai significa.
Quando ho letto del pensiero originale giapponese e delle considerazioni di Kamiya, ho pensato che ikigai sia poi non troppo dissimile da un certo gioco che faccio sin da bambina.
Il gioco della felicità
Quando ero bambina in TV c’era questo anime, Pollyanna, basato sul romanzo di Eleanor Hodgman Porter (1868 – 1920). All’età di 9 – 10 anni ho letto Pollyanna e Pollyanna cresce, della stessa autrice.
C’era un dettaglio che mi aveva molto impressionato nella storia. La protagonista è orfana e, in occasione di una festa, riceve un regalo. Lei desiderava una bambola, ma riceve invece un paio di stampelle. All’inizio Pollyanna è tristissima, come sarebbe normale per una bambina della sua età e nella sua situazione. Poi si ricorda del “gioco della felicità” che gli aveva insegnato il padre anni prima e pensa: «ho ricevuto in dono delle stampelle, ma sono fortunata per non averne bisogno».
Questo “gioco” mi è rimasto nella testa da quando ero piccola e da allora ho provato a giocarci.
Non significa che non ho momenti di sconforto e non significa che sono affetta dalla sindrome di Pollyanna. Significa piuttosto che cerco punti di luce anche quando la situazione sembra buia.
Un risultato di questo atteggiamento è essere perfettamente felice di cose parecchio insignificanti. (Che, poi, queste mie gioie sono insignificanti per una persona già privilegiata: nel mondo in cui viviamo, non lo sono affatto).
Mi rende felice poter mangiare la mia pizza fatta in casa la domenica sera. Mi rendono felice le decine di mini arcobaleni generati dall’acchiappasole che ho appeso alla finestra. Mi rende felice andare a zonzo in bicicletta.
L’ikigai che ho sempre avuto erano le piccole cose della vita che negli anni ho imparato ad apprezzare. Chi lo avrebbe mai detto che da un anime visto da bambina sarebbero scaturite riflessioni tanto importanti in età adulta!
Ok, ma perché ti racconto tutto questo?
Le riflessioni dell’ultimo periodo non mi hanno portato solo a indagare concetti filosofici del Giappone antico. Sto pensando al ruolo di quello che faccio, inserito nel contesto di un mondo stravolto da cambiamenti radicali troppo in fretta perché possiamo tenere efficacemente il passo.
Tornare a scrivere sul blog, dopo mesi di silenzio, significava partire da qui. E continuare parlando dell’elefante nella stanza: l’intelligenza artificiale e il suo ruolo nella produzione di contenuti.
Intanto, se ti va, comincia a leggere perché io non uso l’intelligenza artificiale…
Foto in copertina: Finde Zukunft via Unsplash.
